“Congo a GOGO”, di Cristina Zecchinelli

Se da un lato questo periodo di chiusura ci ha impedito di incontrarci per ballare dall’altro è stata un’occasione per avere il tempo di approfondire temi e aspetti delle danza che ci appassionano.

Il Bellezza folk di Milano ha pubblicato in questo periodo alcuni contributi superinteressanti su alcune delle danze che più amo e che per mi piace conservare in questo blog, rilanciando le informazioni e augurandomi che altre persone si incuriosiscano ed apprezzino la lettura di questi approfondimenti.

BELLEZZAFOLK·MERCOLEDÌ 6 MAGGIO 2020

Cari ballerini,

che periodo strano… non possiamo incontrarci e danzare insieme, e chi l’avrebbe mai detto!

Speriamo che tutto questo passi in fretta, e soprattutto che non lasci troppi danni…

Dal 22 aprile avremmo dovuto trovarci nella storica sala dell’Arci Bellezza per il corso “Congo a Gogo” dedicato alle danze della Guascogna, danzare insieme alcune coreografie di congo meno diffuse e approfondire l’ormai famoso Captieux.

Ho dedicato molti anni allo studio delle danze della Guascogna, che da sempre mi hanno colpito più di tante altre.

Il mio maestro di riferimento è sempre stato Pierre Corbefin, figura molto autorevole nel campo della danza e del canto tradizionale della Guascogna, insieme a Philippe Marsac.

Penso che le danze guasconi abbiano un fascino particolare, per il loro movimento così morbido e nello stesso tempo intenso, che Pierre definisce “uno stile caratterizzato da leggerezza e solennità allo stesso tempo”. La danza è strettamente legata alle melodie con i suoi particolari accenti, possono essere dolcissime, briose o piccanti, e ai numerosi canti che raccontano storie strambe, allusive, o le particolari “canzoni del 9”.

Su invito dell’Associazione BellezzaFolk, che ringrazio, cercherò di scrivere qualcosa su questo repertorio e darvi qualche spunto per approfondire.

I congo sono coreografie originarie dell’antica Guascogna, una regione che comprendeva una zona del sud della Francia. Oggi il nome Guascogna è rimasto solo per il golfo.

I congo hanno origine dai rondeaux, rondeu in guascone, la forma di danza più “anziana” danzata in catena, e fanno parte della famiglia dei branle, che a loro volta si pensa si ricolleghino agli antichi branle del Rinascimento.

I rondeaux in catena un tempo erano accompagnati dal canto, ma la pratica della danza sul canto si è interrotta all’inizio del XX secolo. La catena si è poi mantenuta, ma il canto è stato sostituito dagli strumenti musicali. Alla fine della Seconda guerra mondiale la catena si è spezzata in quartetti o in coppie, mantenendo però la progressione sul cerchio come nella catena, con i quartetti o le coppie in processione. Successivamente, per l’influenza delle contraddanze, sono arrivati i quartetti in schiera, come i congo.

L’inchiesta condotta dagli anni 60, nella zona delle Landes a ovest e del Savès più a est, ha rilevato che la pratica della danza tradizionale viva e spontanea già non esisteva più, non aveva superato la seconda guerra mondiale, in molte zone si è arrestata alla prima guerra. Infatti, durante le ricerche hanno potuto vedere danzare i rondeaux solo su richiesta, e solo da anziani. La danza, appresa in modo naturale fin dall’infanzia osservando e affiancando gli anziani della comunità di appartenenza, non esisteva più, e tutto è cambiato.

I congo sono danzati in quartetti, formati da due coppie, e presentano coreografie più o meno complesse, a volte nominate con il nome del paese dove sono state raccolte.

Generalmente vengono danzati con un passo di rondeaux, adattato alla coreografia, solo alcuni con un passo di polka. Due coppie si incontrano e “mariti” e “mogli” si scambiano, si rincorrono, si sfiorano, si evitano e si cercano, in un gioco di sguardi ed intrecci, per poi ritrovarsi… ciascuno a “casa propria” nella posizione di partenza.

Le coreografie presentano degli spostamenti che devono essere eseguiti con particolare sincronia, per poter costruire l’armonia nella sequenza degli scambi tra danzatori. Questo però è possibile solo se gli stessi danzatori hanno prima appreso e consolidato il passo, con la sua caratteristica dinamica generata dalla propulsione. Questa dinamica, generata dalla spinta del corpo dal basso verso l’alto, è tipica delle danze guasconi, ma la si può trovare anche in altri repertori.

Per approfondire l’argomento credo sia meglio far parlare il Maestro. Aprendo questi link potete leggere due interviste a Pierre Corbefin, tenute da Tiziano Menduto e Anna De Biasio pubblicate sul sito dell’Arci Bellezza, che ci racconta come la ricerca sul campo abbia portato a considerazioni e riflessioni complesse.

http://web.tiscali.it/bellezzafolk/ricerca/corbefin%20indice.htm

http://web.tiscali.it/bellezzafolk/ricerca/corbefin.htm

Qui trovate un’altra intervista a Pierre realizzata a Vialfrè nella quale ci parla della danza.

Ecco alcune coreografie di congo:

Congo de Captieux con Pierre e Philippe:

Congo de Luxey con Pierre e Philippe

Congo de Vert:

La Musica:

Inizialmente le danze erano accompagnate solo dai canti ed erano gli stessi danzatori a cantare, spesso con un canto a risposta, un cantore iniziava una strofa e il coro la ripeteva.

Gli strumenti tradizionali che ancora oggi vengono utilizzati sono: il Tambourin, chiamato anche “tum tum” e il Flabutas, un flauto a tre buchi che viene suonato con una sola mano dallo stesso suonatore di tum tum. La boha, la cornamusa guascone e il violino. Si sono poi aggiunti altri strumenti, come l’organetto.

Le raccolte del Conservatoire Occitan:

https://www.discogs.com/label/774287-Collection-Discographique-R%C3%A9gionale-De-Midi-Pyr%C3%A9n%C3%A9es

Pierre Corbefin:

https://www.discogs.com/it/artist/2920485-Pierre-Corbefin

Xavier Vidal

Per ascoltare alcuni musicisti storici:

Gasconha Plus

https://www.last.fm/it/music/Gasconha+plus/+albums

Ad’Arron:

Verd e blu

Il canto

Nella ricerca sul campo si è potuto appurare che il canto che accompagnava il ballo si è interrotto all’inizio del XX secolo, ma si è conservato un vasto patrimonio di canzoni tradizionali.

Nei canti guasconi spesso si raccontano momenti di vita o fatti molto bizzarri, a volte le frasi sono allusive o con doppi significati, ma tutte le parole devono “suonare” in modo appropriato per dare il giusto accento.

Nelle “canzoni del 9” la strofa si ripete cambiando solo il numero in sequenza ascendente. Il numero 4 non viene mai nominato, dicono che non ha un suono appropriato, ma in realtà non è considerato un numero fortunato.

L’album di Pierre Corbefin e Philippe Marsac – Bal gascon à la voix

https://www.discogs.com/it/Duo-Corbefin-Marsac-Bal-Gascon-A-La-Votz/release/9593201

Renat Jurié e Xavier Vidal

Peire Boissiere

https://www.peire-boissiere.eu/

E infine per cantare insieme: Au castèth de Monsur Montèth (Congo)

Au castèth de Monsur Montèth, Au château de Monsieur Montaut,

I a nau* crampas, i a nau* crampas Il y a neuf chambres, il y a neuf chambres

Au castèth de Monsur Montèth, Au château de Monsieur Montaut,

I a nau* crampas e un crampet. Il y a neuf chambres et une chambrette.

Anèm donc, bolegatz lo pè, Allons donc, remuez le pied,

Qu’avètz l’aire, qu’avètz l’aire, Vous avez l’air, vous avez l’air,

Anèm donc, bolegatz lo pè, Allons donc, remuez le pied,

Qu’avètz l’aire trufandèr ! Vous avez l’air malicieux !

*nau, ueit, sèt, sies, cinc, tres, duas, ua.

Arrivederci a presto! CIAO!

Musica, passione e professione. La risposta di Jean Luc Stote alle critiche sulla Festa della musica

“Musica, Salta la Festa? Bene” è la lettera firmata dal Sig. Francesco Rizzi, pubblicata il 7 Maggio da Bresciaoggi.
In risposta al Sig. Rizzi sono state pubblicate domenica le lettere di Laura Castelletti e Alle B. Goode. So che sono arrivate altre lettere come quella di Paola Ceretta di Musical-Mente che però come la mia non sono state pubblicate. Questa è la mia risposta:

Egregio Direttore,

In qualità di presidente dell’Associazione Festa della Musica Brescia, vorrei rispondere alla lettera del Sig. Francesco Rizzi dal titolo “Musica, salta la festa? Bene”.

Non ho mai preteso che la festa sia gradita da tutti, ma mi dispiace quando, come in questo caso, non si è evidentemente capito lo spirito della manifestazione.

La Festa della Musica nasce in Francia nel 1982 e diventa europea dal 1995. In Francia, “Fete de la Musique” è uno slogan omofono che è un invito a fare festa ma anche a “fare musica” (Faites de la musique). Le regole sono semplice. Quel giorno si suona gratis. Chi si iscrive, suona. Non viene fatto nessun tipo di selezione. Mi si attribuisce spesso il titolo di direttore artistico, titolo che rifiuto perché un direttore artistico fa delle scelte, cose che in questo caso non faccio. Costruiamo soltanto il puzzle che permetterà a tutti quanti di partecipare e esibirsi.

Fra gli iscritti, 80% si dichiarano dilettanti, 20% professionisti. Musicalmente sono presenti tutti i generi: dalla musica colta alla musica elettronica, via rock in tutte le sue sfumature, jazz, musica etnica, ecc…

Il Sig.Rizzi dichiara che: “quest’anno sarà risparmiato lo spettacolo sconcertante di musicisti improvvisati che oltre a produrre decibel in più null’altro sa fare”. Non mi è difficile riconoscere che tutte le esibizioni non sono di livello eccelso, ma riassumere la festa della Musica a questo elemento mi sembra molto riduttivo. Leggendo le righe del Sig. Rizzi, saranno sicuramente stati felici di scoprire che sono musicisti improvvisati, i musicisti che si sono esibiti sul palco gestito dal Conservatorio di Brescia o da accademie come Musical-Mente o quelli del palco di “Volume Up” curato da Marco Obertini che ogni anno propone gran parte della crema della scena indie locale, con formazioni che hanno anche raggiunto una fama a livello nazionale. C’è anche il palco della Latteria Molloy, (cosi scarsa che per 2 anni è stata eletta e premiata come migliore locale “live” italiano dai musicisti e addetti ai lavori), che ospita anche gruppi di livello nazionale che arrivano da altre città, ma che decidono quel giorno di regalare la loro musica alla città di Brescia. Sui 2 palchi dedicati alla musica elettronica (Castello e parco Castelli) si esibiscono anche artisti stranieri di livello internazionale. Siamo orgogliosi di ospitare certe eccellenze, che poi possono piacere o meno, ma che difficilmente possono essere qualificati di musicisti improvvisati o di scarso valore, ma mi rende ancora più felice in realtà, perché perfettamente consone allo spirito della festa, il palco di un quartiere che riesce a dare spazio quel giorno alle sue realtà. Sono personalmente ancora più orgoglioso di dare ogni anno l’opportunità a 20 / 25 gruppi o solisti di salire per la prima volta su un palco. Non tutti avranno lo stesso livello o talento, ma ci interessa più di tutto, la passione con la quale i musicisti partecipano alla festa.

Se ci spostiamo un attimo in ambito sportivo, il discorso fatto dal Sig. Rizzi vorrebbe dire che ad esempio a calcio hanno il diritto di giocare soltanto chi è in grado di militare in serie A. Sicuramente chi gioca nelle categorie inferiore non ha di certo lo stesso talento e qualità di un Ronaldo o un Messi, ma penso che può comunque essere mosso dalla stessa passione. Non penso che verrebbe in mente a nessuno di cancellare tutti i campionati minori o dilettanti perché scarsi. Più che il livello, quello che fa bene è la pratica. Per noi lo stesso vale in ambito musicale.

La festa della musica di Brescia, sin dal 2014, è la più importante festa della Musica in Italia e una delle più importante in Europa. Da tre anni, a sottolineare “lo scarso valore” della festa, il MIBACT ha deciso di affiancare l’associazione nazionale per la promozione della festa della musica in Italia. A gennaio, a Lodi, in una riunione a livello nazionale, il Mibact ha messo in evidenza che in tre anni sono triplicate le città che aderiscono alla festa, sottolineando che questo risultato non sarebbe mai stato raggiunto senza l’impatto che la festa di Brescia ha avuto a livello nazionale. Si può discutere sul livello dei talenti che si esibiscono sui palchi bresciani, ma nessuno può negare che la festa ha evidenziato lo straordinario fermento musicale presente in città. Di questo hanno preso coscienza i Bresciani. Ne hanno preso coscienza anche le istituzioni al punto che, per citare soltanto un esempio, Brescia è una delle rarissime città che ha ora in assessorato alla cultura una persona, per di più competente, Luigi Radassao, che si occupa di Musica.

La festa non ci sarà ma come sottolineato nell’articolo pubblicato mercoledì 29 aprile dal vostro quotidiano, o nell’intervista che ho rilasciata a Claudio Andrizzi e che avete pubblicata domenica 3 maggio, vogliamo approfittare di questo momento di inattività forzata per portare finalmente al centro dell’attenzione le difficoltà nelle quali si muove abitualmente l’intero mondo musicale, dai musicisti ai tecnici via i locali, festival, ecc…, difficoltà ulteriormente e pesantemente messe in evidenza dalla situazione attuale. Già precedentemente, l’associazione festa della musica ha messo in evidenza le difficoltà del settore in occasione di vari incontri fatti a Brescia o in altre città. Non è da ieri che personalmente metto in evidenza il problema della riconoscenza delle professionalità nel mondo della musica, dai musicisti ai tecnici, che sono purtroppo spesso da considerare i precari della precarietà. In questo caso il Sig. Rizzi, evidentemente non s’informa a sufficienza ed è abbastanza grave quando poi va ad affermare cose non veritiere nei confronti del Vicesindaco Laura Castelletti. Da quando è nata, l’associazione si è spesso confrontata sul tema con Laura Castelletti e possiamo affermare senza condizionale che ha veramente “a cuore la musica”.

Proprio in collaborazione con l’assessorato alla cultura di Brescia, abbiamo l’intenzione e siamo già al lavoro per organizzare in autunno, a MO.CA, un incontro a livello nazionale sul tema del lavoro in ambito musicale, professione così dette “atipiche” ma che vogliamo finalmente vedere riconosciute come tale, cioè lavoratori ai quali devono essere riconosciuti diritti da lavoratori. Colgo l’occasione per informare il Sig. Rizzi, che Laura Castelletti è già stata impegnata in queste settimane in vari incontri da Lei promossi con realtà locali per evidenziare i vari problemi e elaborare una serie di proposte. Sappiamo che il potere decisionale sull’argomento non è locale ma siamo convinti che partendo da una realtà locale forte si può anche pesare a livello nazionale. Invitiamo, se ne ha voglia il Sig. Rizzi a partecipare a questi incontri perché più che di sapere che la festa “ non è il modo di promuovere e diffondere la musica”, ci farebbe molto piacere conoscere quali sono i suoi suggerimenti… se ne ha…

Jean-Luc Stote

Quando torneranno le condizioni torneremo ad incontrarci. Tutti bravi nel momento della crisi a battere le mani ma sulla lunga distanza chi si ricorderà dei lavoratori e degli appassionati del mondo dello spettacolo, della musica, dell’arte che vivono sempre in bilico senza tutele?

Per chiudere due video:

Torneremo a ballare?

 

“Siamo stati i primi a chiudere. Saremo gli ultimi a riaprire.” Lo ha detto Lorenzo Tiezzi, giornalista ed esperto del settore, parlando della crisi senza eguali che il settore del l’intrattenimento da ballo dovrà affrontare. Tiezzi si riferisce al mondo delle discoteche, ai lavoratori del settore, ma il discorso è di ampio respiro: “non si può ballare distanti e con le mascherine, il contatto umano è indispensabile.”

L’etnomusicologo Pino Gala scrive a proposito della quarantena. “Abolite le feste, di qualsiasi genere, in questo periodo particolare resta un vuoto culturale enorme. Anche le tradizioni sono sospese. Rituali, devozioni, canti, musiche, balli che  segnano lo scandire della vita sociale lungo il corso dell’anno, adesso si tacciono, perché sono fenomeni essenzialmente comunitari, e si realizzano solo se la gente è insieme, perché l’insieme crea un’identità al gruppo sociale e costruisce gran parte della formazione individuale di ogni persona.” Questo è vero anche per tutte le persone che nel gruppo e nel ballo si ritrovano e celebrano alla loro maniera il rito della danza in comune. Come si può ballare se non si può stare insieme?

Stare insieme è il senso profondo del nostro ballare le danze popolari, ognuno con una ragione diversa (il piacere di una musica scatenata e scatenante, il “momento limone” come dicono alcuni, la voglia di sentirsi parte di una comunità, una radice culturale, tutte motivi validissimi). Se non possiamo stare insieme il ballo perde di sapore, soprattutto se parliamo di danze popolari, danze che non sono di singoli ma di tanti.

Anche il balfolk, anche se non è più direttamente legato alla cultura tradizionale che ha generato le danze più conosciute, ha i suoi riti e consuetudini che fondono i sentimenti dei partecipanti in un unico respiro. Che bello iniziare con una Chapelloise dove uno alla volta ci si saluta e conosce un po’ tutti! Ci si riconosce parte dello stesso movimento, riconoscendo ognuno le proprie originalità. Senza questa possibilità di contatto umano resta un grande vuoto emotivo.

Sono riconoscente a chi con semplicità e secondo i propri mezzi sta mettendo a disposizione le sue capacità e il suo tempo per tenerci uniti alla nostra umanità di popolo danzante. Ci sono persone che hanno capacità e mezzi tecnici (telecamere, amplificatori e microfoni, capacità di fare montaggi, ecc.) perché professionalmente si occupano di musica e danza popolare e che con grande generosità stanno condividendo lezioni o concerti; altre che in forme amatoriali ci regalano momenti di profonda emozione e la possibilità di continuare ad imparare qualcosa di nuovo.

Voglio mettere qui alcuni nomi con grande riconoscenza, senza fare distinzioni, e scusandomi tantissimo per chi mi sarà scappato di mente. A prescindere da chi nomino o meno trovo encomiabile lo sforzo di tutti per mettersi in gioco per tenere duro fino al momento in cui davvero potremo uscire e ritrovarci insieme.

Sabin Bikandi, del gruppo Aiko Taldea – tutti i giorni per un mese dalla sua stanza ha ballato, insegnato e suonato danze basche per un’ora e mezza.

Roberto Bagnoli, Ira Weiburg, Noemi Bassani – dalle loro case hanno immaginato di ballare con noi le danze dell’est.  

Leonidas Efthymiadis, Nikos Thanos – in maniera molto “spartana” insegnano danze greche dal loro salotto.

Rondadores contra el virus – Un gruppo Facebook di musicisti e appassionati che da ogni parte di Spagna postano video di musiche tradizionali ballabili cantate o suonate con ciò che si ritrovano in casa.

Briganti musiche dal sud, Taller Tierra Estella – Stimolano gli amici a mandare video che poi montano e pubblicano per far sentire tutti partecipi

Sicuramente ce ne sono tantissimi altri, tra cui tantissimi musicisti che si mettono in gioco con concerti in streaming (che seguo anch’io con entusiasmo e malinconia), ma non ricordandomeli tutti posso solo inserirli idealmente in questo piccolo blocco.

Crisi ha in sé anche l’idea di opportunità, e quindi la quarantena può essere una buona occasione per leggere, chiedere, smanettare e approfondire qualche aspetto delle musiche o delle danze che ci piacciono di più: oltre al movimento e alla musica nella danza popolare esiste un mondo di significati, relazioni e storie che arricchiscono ogni ballo.

Toccarsi, sentirsi vicini, condividere emozioni. Cosa resterà di questa drammatica esperienza faccia a faccia con il coronavirus, se mai terminerà? Non i lividi delle mascherine, nemmeno le mani distrutte dal doppio guanto, e neppure l’aggressività di una disinfezione continua. Il racconto di Alicia Bozza, infermiera al pronto Soccorso degli Spedali Civili di Brescia: «Ansia e solitudine, resta la forza degli abbracci». Contatto umano indispensabile, che mi rende particolarmente vicini tutti gli infermieri ballerini a cui auguro di essere tra i primi a potersi ributtare nel cuore del cerchio danzante.

Mi piace chiudere continuando le riflessioni di Luca Tiezzi con cui ho iniziato. “Torneremo a ballare? Certamente, una società senza ballo non esiste.”

E con questa speranza Buona Vita e Buone Danze a tutti.

Giuliana Mazzola

L’intervista a Luca Tiezzi è di Claudio Andrizzi ed è stata pubblicata su Bresciaoggi, 11/04/2020

Giuseppe Michele Gala, dal suo profilo Facebook, 18/04/2020

L’intervista ad Alicia Bozza è di Anna Della Moretta ed è stata pubblicata dal Giornale di Brescia, 21/04/2020

Jauziak o Salti baschi


La tradizione più famosa della cultura basca è quella della corsa dei tori a Pamplona.

Tutti in bianco e rosso, il colore tipico della festa, ma il folclore basco è ricchissimo di tante altre tradizioni e tra queste di tantissime danze. Sette salti? No, molti di più.

Quando ho imparato la danza basca chiamata in Italia Sette salti (la traduzione di Zaspi Jauziak) mi è venuta l’acquolina in bocca e sono andata a vedere. Un paesaggio bellissimo: l’oceano su cui sembra che il sole si sdrai prima di tramontare, la parrocchia vicino al frontòn dove si gioca alla pelota e dove si balla, il cimitero tutt’intorno alla chiesa con vecchissime steli funerarie e ricordi dei maquis della guerra civile spagnola, un’emozione unica.  La vita e la morte sono in stretta relazione, un intreccio continuo rappresentato dal fiore del cardo appeso su tante porte o dal famoso lauraburu, il simbolo per antonomasia del Paese Basco.

È proprio in questo spazio compreso tra la chiesa e il frontòn che si svolgono le feste dove si ballano anche i salti baschi. Il nome può trarre in inganno: non sono danze particolarmente saltate, ma di brevi passi per camminare sul cerchio, staccati dagli altri ma sempre insieme a loro.

La cosa che sempre mi sottolineano gli amici baschi è che sono danze di comunità, non si balla mai da soli e per sé stessi. Questo a volte purtroppo succede, nel mondo del folk italiano ma non solo, perché poche persone conoscono queste danze e quando vengono suonate può capitare che chi le balla assuma l’atteggiamento del ballerino solitario, ma ahimè, questo è tradire lo spirito della danza. Per fortuna la danza simbolo di questo repertorio è il Zaspi Jauziak o Sette salti, una danza che riesce a coinvolgere un po’ tutti ed entusiasma persino i bambini con i salti alla fine di ogni sequenza.

Se i passi sono di per sé abbastanza semplici, essenzialmente passi per camminare e cambiare direzione, quello che spaventa quando si inizia a conoscere questi balli è che bisogna impararne i nomi in euskera, in basco. Qualcuno rinuncia, ma io lo trovo invece una simpatica sfida e un bel sistema per la prevenzione dell’invecchiamento cerebrale. Durante la danza un “caller”, detta all’inglese, annuncia con qualche secondo d’anticipo i passi successivi e tutto il circolo lo segue. Capita di sbagliare? Abbastanza spesso, ma ciò non toglie nulla al momento della danza, soprattutto se si sta godendo di musica dal vivo in compagnia di tutta la piazza. E una festa non può che comprendere anche una buona mangiata: la danza è solo uno dei momenti da trascorrere in buona compagnia, la convivialità ne è parte integrante.

Semplificando prima ho detto che nei salti non si salta, ma poi per chi non si arrende alle prime impressioni ecco scaturire una miniera di sorprese: dalla tradizione popolare delle maskaradas dei Pirenei francesi incredibili saltelli impreziositi da velocissimi movimenti delle punte…ma qui siamo già ai prodromi della danza classica e non possiamo che alzarci tutti in piedi: chapeau!!!

 Si possono trovare testi e video con spiegazioni su diversi siti ed è molto interessante anche tutta la parte dedicata alla danza al museo etnografico di Bayonne (Bayona, detta alla basca).

Ma chi sono i Baschi? Un popolo di tradizione antichissime che vive tra i Pirenei e l’oceano Atlantico, quattro province in Spagna (Alava, Guipuzcoa e Bizcaya – che formano la regione spagnola chiamata Euskadi- e Navarra) e tre in Francia (Lapurdi, Navarre, Zuberoa). La nazione basca si riconosce nella propria lingua, antichissima e preindoeuropea: Euskalherria, il paese dove si parla euskera.

Lo stereotipo ce li mostra come gente chiusa, combattiva, ma in realtà si tratta appunto di uno stereotipo: sicuramente sono persone molto attaccate alle loro radici, con un grandissimo senso della comunità, capaci però di essere, alla loro maniera, anche molto accoglienti.

A chi c’è stato ha lasciato ricordi indelebili. Eskerrik asko.

Giuliana Mazzola

Danze a prova di droplet, servizio a domicilio.

droplet dance - Copia (2) - CopiaCome dice la saggezza cinese un momento di crisi può essere anche un momento di opportunità.

Dovendo forzatamente rinunciare a corsi, feste e stage ci resta solo la possibilità della lettura e dell’ascolto, e se si sta bene questo è il momento buono per ripassare qualche danza meno “scontata” e soprattutto staccata, ballabile ad almeno un metro di distanza come esige la prevenzione del contagio da contatto per prevenire il coronavirus.

Quindi mi sono soffermata, anche con i suggerimenti di alcuni Giravoltati e di altri conoscenti, a pensare alle danze che corrispondono a questa esigenza.

20170712_183807-1Il primo pensiero che è sorto spontaneamente con gli amici del gruppo Mutxiko è stato: le danze basche sono perfette! E’ vero, sono difficili da memorizzare tutte le chiamate ma questo lo possiamo fare in questo periodo di attività forzata. Una volta imparate poi il repertorio è super divertente e smisurato. Iniziamo dai Sette salti o Zaspi Jauziak memorizzando quella piccola sequenza: erdiska lauetan, jauzi, erdiska, dobla, erdiska e poi si saltaaaa! Adesso siamo pronti per un bel mutxiko.

Per variare anche molte danze country sono in linea, come Acky breacky e Good Time.

Con alcuni Giravoltati nei giorni scorsi ci siamo trovati per ripassare alcune danze a prova di droplet e restando in tema basco anche il Fandango e l’Arin arin fanno parte di questa schiera. cropped-sevill-2019.jpgE scendendo ancora più a sud moltissimo del mio repertorio spagnolo risponde a queste caratteristiche: la jota, le seguidillas, le sevillanas… Mettiamoci dentro pure O malhao malhao, la portoghese e il Repasseado. Sempre ricordandoci di mantenere le distanze…anche se alcune non sono facili da ripassare da soli a casa!

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Nemmeno il Mardi gras del Poitou è facile da ballare da soli ma guardarsi qualche video è una possibile alternativa; il Pas d’été invece va proprio imparato e studiato, non ci sono scusanti!

Ma è da est che arrivano le sorprese: Rumelaj, Zebekiko, Aptaliko, Kamilieriko, fino alle danze israeliane come la Debka eilon ed Adama ve shamaym. Fino alla lontana India, con Cori chori e il mitico Bhangra che balliamo ogni fine estate alla festa del Salterio.salterio

E poi basta aver voglia di muoversi e seguire la musica e si apre un mondo di ibridi che faranno storcere il naso ai puristi ma che in certi momenti fanno bene al cuore. Parte Pump it e i piedi seguono il Misirlou..

E in Italia? a chi piace il genere quasi tutto il Sud offre occasioni di ballo. Tammurriate, Pizziche e Tarantelle, piatto ricco mi ci ficco.cropped-anna-10.jpg

Per ingannare la noia potete seguire la mia playlist con alcuni video amatoriali o spunti e suggerimenti. senza nessuna pretesa filologica. Danze a prova di droplet, servizio a domicilio.

 

Giuliana Mazzola

 

 

 

1 marzo: col vento dell’Est arriva Baba Marta  

 

baba-martaLe giornate si allungano, l’aria è ancora molto fresca ma si sente voglia di primavera. Nella nostra zona ci si prepara per bruciare la Vecchia, nei Balcani arriva Baba Marta.

Conosco abbastanza poco la Bulgaria ma mi piace la tradizione tutta bianca e rossa della Martenitsa. Il primo di marzo in Bulgaria (e in alcuni paesi limitrofi) arriva Baba Marta, una vecchina che porta ancora qualche fiocco di neve ma anche il calore del sole e il risveglio della natura. Baba Marta ha un carattere mutevole, viso allegro e gioviale o faccia seria ed arrabbiata: rappresenta il clima del mese di marzo e come dice anche la nostra saggezza popolare “marzo pazzo”. baba marLa gente aspetta Baba Marta preparando braccialetti e bamboline ornamentali in rosso e bianco, colori che rappresentano la forza vitale della natura che rinasce con il primo mese di primavera. Queste sono le martenitse, portafortuna di tradizione antichissima (la tradizione risale al IX secolo). All’arrivo delle prime rondini o delle cicogne la martenitsa si appende a una pianta o si mette sotto un sasso. baba m daySe si va in Bulgaria in questo periodo si vede la gente con questi ornamenti in bianco e rosso. Le città si riempiono di bancarelle con le martenitse ed ormai si possono trovare in gran numero anche su internet, per i Bulgari lontani dalla loro terra.baba m bracelet

Per approfondire l’argomento riporto le notizie di alcuni siti di cultura bulgara.

 

CURIOSITA’ SULLE FESTIVITA’ IN BULGARIA

Una delle feste più importanti è il Kukeri, che si svolge negli ultimi giorni dell’inverno (di solito a fine febbraio) come saluto alla primavera che sta arrivando. Sono solo gli uomini bulgari a parteciparvi, indossando vestiti fatti di pelle di pecora e campane di rame appese alle proprie cinture. Le maschere sono fatte di brandelli e cappe di lana.

Ci si raduna ballando e cantando, cercando così di spaventare gli spiriti maligni che si crede siano stati in vita durante tutto l’inverno.

Si invoca fortemente il dio della natura, chiedendo di aumentare la fertilità della terra per i raccolti che verranno.

E’ questa una delle feste più suggestive d’Europa, e sono tanti i turisti viaggiatori che in questi periodi dell’anno, accorrono in Bulgaria per vederla.

In concomitanza al Kukeri, si svolge anche un’altra festa, la Baba Marta, dal nome di una vecchia signora, che secondo la tradizione, influenzerebbe il tempo atmosferico.

Così come il Kukeri, anche questa festa segna la fine dell’inverno dando il bentornato alla primavera che sta arrivando.

Nei giorni di festa (di solito i primi di marzo) si è soliti scambiarsi dei braccialetti, collane o bamboline di lana, chiamati tutti martenitsi, che servirebbero proprio a far contenta Baba Marta e avere così un tempo più mite.

È tradizione indossare i martenitsi ai polsi o al collo finchè non si veda volare una cicogna, come segno dell’arrivo della primavera.

C’è un rituale per distaccarsi dai martenitsi: le ragazze devono farseli togliere dai ragazzi, e i ragazzi dalle ragazze, e solo dopo possono decidere di appenderli a un albero da frutta, con l’augurio di trasmettergli la salute e la fortuna.

(http://bulgaria.it/feste-tradizionali-bulgare/)

Martenitza rappresenta anche i colori della natura, il bianco della neve che se ne va e il rosso del sole che sta arrivando. La “martenitza” è la più tipica e unica tradizione della Bulgaria. Essa simboleggia una nuova vita, il concepimento, la fertilità e la primavera. Questa festa è per la felicità e la gioia, la salute e la lunga vita. Questa tradizione bulgara è pura e luminosa come i colori della “martenitza”. Esprime la necessità di armonia nella natura e nella vita di ognuno. Questo è il messaggio più importante della “martenitza”.

(https://www.bulgaria-italia.com/bg/news/news/04595.asp)

La martenitsa simboleggia la salute, la primavera, la fertilità, l’abbondanza all’inizio del ciclo nuovo in natura. Il bianco rappresenta la purezza, l’innocenza e l’allegria. Il rosso è un colore vivace, di salute, della luce del sole di levante e di ponente, del sangue che scorre, del fuoco. Tutto questo è racchiuso nella nostra così amata martenitsa! Che spettacolo!!!

In quella tradizionale vengono rappresentate due figurine – una maschile, Pijo, ed una femminile – Penda.

In questo periodo in Bulgaria tornano le cicogne. Quando si vede la prima cicogna la martenitsa si appesa ad un albero fiorito per avere abbondanza e fertilità nel periodo di risveglio della natura.

(https://inbulgaria.it/cultura/feste/baba-marta/)

 

Buona Baba Marta a tutti!

 

Giuliana Mazzola

Perché il carnaval de Lantz inizia con un valzer?

 

Veloce, vorticoso, iperdinamico: questa è l’impressione che resta a chi balla e a chi guarda questa danza. Nel mondo della danza folk è amatissima ma in molti non la riconoscono quando inizia perché i musicisti partono con un valzer dolce e lento. “Ah, già il valzer…ma perché?” “Dicono che prima di ballare la danza vera e propria passano con le scope per strada con questa musica…” “Davvero?”

Lantz è un paesino minuscolo – 153 abitanti nel 2017- in una valle secondaria dellalantz panorama Navarra, in Spagna. La danza che il balfolk conosce come Carnaval de Lantz lì è chiamata molto più semplicemente zortziko che in euskera, la lingua dei paesi baschi di cui culturalmente la Navarra fa parte, denomina genericamente una danza processionale in 5/8 diffusa in tutta la zona. Ogni paese ha il “suo” zortziko con delle minime varianti che lo contraddistinguono dai paesi limitrofi.

Inauterietako_pertsonai_nagusien_kokapenaLo zortziko viene ballato nei giorni di carnevale, ogni paese secondo la sua tradizione e con le maschere che lo accompagnano. A Lantz si è preservata una delle più belle tradizioni legate a questo periodo dell’anno e questo ha reso lo zortziko di Lantz il più famoso e ammirato e reinterpretato sia dai musicisti che dai ballerini. E’ la storia del famigerato bandito Miel Otxin e di come il contadini di Lantz si ribellarono contro di lui.

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Miel Otxin -il fantoccio – con Ziripot e txatxos

Miel Otxin, secondo la leggenda, era un bandito che spadroneggiava crudelmente nella zona tenendo assoggettati i contadini del paese, e aveva come compagno di scorribande una creatura dispettosa metà uomo e metà cavallo, lo zaldiko.

Le angherie vanno avanti fino a che un giorno il malvagio personaggio infierisce contro Ziripot, un omone grande e grosso (oggidì diremmo un grande obeso), ma così grosso che non riusciva né a lavorare né a camminare e che sopravviveva raccontando storie e leggende che venivano ricompensate in natura grazie alla generosità dei compaesani. Ziripot, nonostante sia un omone è assolutamente indifeso e il cavallo del bandito con una spinta lo butta a terra, impedendo ai paesani di aiutarlo a rialzarsi.

Di notte tutti insieme gli abitanti del villaggio decidono di unire le loro forze e di ribellarsi, si armano con quello che hanno a disposizione (ed ecco che appaiono le famose scope…) e partono alla caccia del bandito e del suo dispettoso cavallino. Quando dopo una lunga giornata alla fine lo prendono lo processano e lo condannano a morte.

Quello che noi comunemente conosciamo come il Carnaval de Lantz è la danza che viene ballata dopo la sconfitta di Miel Otxin, dopo la rappresentazione di tutta questa storia con personaggi in costume dalla faccia coperta con sacchi o stoffe di ogni genere. I protagonisti della giornata sono i Txatxos, coloratissimi personaggi che rappresentano gli antichi abitanti del paese con vestiti molto stravaganti: sono loro che percorrono le strade del paese con scope, forconi, rastrelli, bastoni, vesciche di maiale gonfiate come palloncini, e mille altri oggetti con cui colpire possibili nemici e con cui spesso minacciano i forestieri spettatori.

Escono tutti insieme da una vecchia casa che rappresenta l’osteria del paese e percorrono le vie con un fantoccio che rappresenta il bandito, un figurante che rappresenta l’uomo cavallo, i fabbri -personaggi veramente terrorizzanti per i bambini- senza volto e con martelli e altri rumorosi arnesi di metallo per ferrare il cavallo, il ciccionissimo Ziripot riempito di paglia che di tanto in tanto viene buttato  per terra dal cavallo che continua a correre e a scalciare. txistu en lantzQuesta rappresentazione viene accompagnata per tutta la sua durata dalla musica del chistu (flauto) e del tamburo che suonano il valzer fino all’esecuzione del bandito. Un valzer che non è quindi una semplice “intro” alla danza, ma la ragione stessa della danza finale.

hogueraIl punto finale della festa, come in tantissime località basche, è il frontón, lo spazio dove si gioca alla pelota. Lì viene acceso il falò dove viene bruciato il fantoccio di Miel Otxin e lì inizia la danza che ballano i txatxos, in pochissimo spazio, uno dietro l’altro, senza superarsi mai, intorno al fuoco in un movimento continuo che celebra l’unione di tutto il paese.

Negli anni ’60 l’antropologo Julio Caro Baroja ha realizzato un documentario per la televisione spagnola di grandissimo interesse per chi ama la storia di ciò che sta dietro il balfolk: se capite lo spagnolo vi consiglio di guardarlo seguendo il link

http://www.rtve.es/alacarta/videos/documentales-color/carnaval-lanz/3282938/

Adesso lo zortziko di Lantz è uscito dalla Navarra e non è più legato al carnevale, e alle feste riscuote sempre tantissimo entusiasmo. C’è sempre qualcuno che si domanda ma perché inizia con questo valzer? Se ne avete la possibilità andate a Lantz a vedere il Martedì Grasso come lo ballano i txatxos.

Giuliana Mazzola